Una foto una storia: Venanzio Ortis – Praga 1978

Le carte si accumulano nel tempo; più anni hai più scartoffie trovi nei cassetti o nei cartolari di chi le ha raccolte con certosina meticolosità. Così mi è capitato tra le mani la Guida (Mea Praha ’78) ai Campionati europei di atletica leggera svoltisi a Praga, dal 29 agosto al 3 settembre 1978 e, tra le pagine bianche, prima del quarto di copertina, alcuni appunti vergati di getto in quell’occasione. Per gli addetti ai lavori quei campionati, di quarant’anni or sono hanno rappresentato per il Friuli sportivo la glorificazione di Venenzio Ortis, oro sui cinquemila ed argento sui diecimila metri. Non era mai successo che un atleta della nostra regione riuscisse a cogliere in quelle discipline dell’atletica leggera simili allori; da qui il chiedersi il perché ed il per come di un così lusinghiero risultato, soprattutto, oggi, lontani anni luce da simili prestazioni. L’indagine a caldo offrì spunti interessanti e non poteva che partire dalla storia sportiva del campione di Paluzza e da come ha iniziato la pratica sportiva. Trascrivo quanto sono riuscito a cogliere, tra gli appunti, dal lungo colloquio, protrattasi a più fasi, nell’immaginabile bailamme di quella splendida circostanza e conclusosi con il trionfo tributatogli dalla sua gente, dove è nato e dove risiedeva. Venanzio: “Ho sempre pensato che l’influenza dell’ambiente sul comportamento dell’uomo sia un elemento determinante, se poi tale influsso lo vivi fin dall’infanzia il gioco è fatto. Ebbene a Paluzza, dove risiedo, la montagna è troppo scoscesa o troppo poco, comunque tale da non permettere che la pratica dello sci di fondo. Quella fu la mia prima disciplina sportiva. Ma non sempre ciò che si vorrebbe realizzare si traduce nella realtà; non avrei potuto completare gli studi restando in paese, nè praticare lo sci di fondo in città, e così incominciai a dedicarmi alla corsa a piedi, prima per i campi poi in pista, sulla terra rossa. Trovai una certa affinità tra lo spostarsi con gli sci e la corsa sulle lunghe distanze; scoprii la stessa religiosità delle distese di neve dei paesi nordici e la brughiera degli altopiani, che il lungo peregrinare da atleta mi avrebbero fatto conoscere nel tempo. Comunque sia, nei due casi, vi è una specie di misticismo che spinge chi si dedica alla corsa su lunghe distanze, a consumare parte di sé alla ricerca di sensazioni indefinibili ma che rimangono a lungo nell’intimo. Si può dire, a giusta ragione, che i miei allenamenti alle prime luci dell’alba (quando mi alleno due volte al giorno) hanno il sapore della meditazione, del “mattutino” dei religiosi di clausura e costituiscono lo stimolo corroborante per chi crede nella ideologia delle idee, liberi nel pensare e nell’agire; così mi assoggetto alla fatica quotidiana. Sgombro da pensieri, felice di sentire il ritmo del cuore che pulsa, soddisfatto di aver adempiuto un “rito” che ormai fa parte di me. Non ci furono calcoli, né ripensamenti quando partecipai alla prima gara sulla pista in terra battuta; la terra rossa di quella pista me la trovai nei calzini ed i piedi colorati di rossiccio sono ancora vivi nella memoria oggi, come fosse ieri”. Questa la testimonianza del campione Ortis a Praga, riflessioni dense di corposi contenuti di sport e di vita. La lieta avventura, aldilà di ogni immaginazione, ebbe un seguito con i festeggiamenti che i paesani gli avevano organizzato a Paluzza e che così ebbe a commentare: “È la realizzazione di un sogno essere qui, tra tanta gente, tra la mia gente, che mi avvolge in un abbraccio, che mi stringe calorosamente con affetto e di tanto calore ne dovrò conservare una parte quando nella sconfitta mi troverò solo”. Oggi gli azzurri friulani festeggiano il quarantesimo anniversario di quei successi e ringraziano Venanzio per le parole pronunciate allora, che vorremmo non di sapore antico ma uno stimolo a non demordere per tanti giovani atleti che la generosa terra del Friuli è in grado di esprimere.

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